Gender. L’unico aspetto di natura duale è l’approccio degli utenti

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Questo breve studio parte da una riflessione in merito al concetto di genere che da mesi sta richiamando l’attenzione pubblica in Italia a causa dei movimenti contro la, cosiddetta, “teoria del gender”. Seguendo la metodologia di ricerca dell’Etnografia Digitale, ho analizzato non solo le discussioni inerenti al tema della teoria di genere, ma ho espanso il campo d’interesse cercando di rilevare se e come il genere, e la sua costruzione, possa venire influenzato dalla rete.

La Teoria del Gender

Il MIUR, nei mesi scorsi, ha emanato una circolare nazionale riguardante il “caso della teoria di genere” che iniziava con:

“Pervengono al MIUR numerose richieste di chiarimenti, sia da parte di dirigenti scolastici e docenti che di genitori, riguardo a una presunta possibilità di inserimento all’interno dei Piani dell’Offerta Formativa delle scuole della cosiddetta “Teoria del Gender” che troverebbe attuazione in pratiche e insegnamenti non riconducibili ai programmi previsti dagli attuali ordinamenti scolastici”.

Sembra che l’intento della circolare ministeriale sia di dover controllare una preoccupante situazione di disagio sociale e ansia diffusa. Anche l’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) ha rilasciato un documento di diffusione nazionale che riguardava la cosiddetta “teoria del gender”.

Entrambi i documenti ufficiali, ed ufficiosi, sembrano avere la funzione di rassicurare la popolazione italiana da una sorta di minaccia, entrambi cercano di spiegare da cosa nasce il disguido, con tonalità e argomentazioni diverse ma comunque con un fine simile.

Perché tutto ciò?

Potremmo banalmente trovare la risposta a questo dilemma partendo dall’attribuzione che il concetto di “teoria di genere” porta con se. Una teoria sostanzialmente inesistente, probabilmente creata da un vizio di forma, che esponenti del mondo cattolico hanno utilizzato per porre l’attenzione su un, a loro dire, preoccupante fenomeno di ambiguità che sta insorgendo negli ultimi anni a causa della comunità LBGTQI.

Erroneamente attribuita e legata al mondo della comunità per l’uguaglianza dei diritti delle minoranze sessuali, il concetto di “gender” è utilizzato impropriamente come concetto e termine ombrello per una serie di habitus e comportamenti ritenuti da questa comunità, quella cattolica che verosimilmente ha introdotto il panico non solo in Italia, minerebbe i principi fondanti della società occidentale moderna, soprattutto introducendolo nell’ambiente scolastico (altro misunderstanding legato al dibattito in ambito scolastico dei principi di uguaglianza di genere e di lotta all’odio -Hate Speech- suggeriti allo stato italiano da delibera europea insieme al documento stilato dall’OMS per l’educazione sessuale all’interno delle scuole).

Facendo una breve ricerca online sulle dichiarazioni del mondo cattolico riguardo la loro creatura, cioè l’ideologia gender, troviamo affermazioni del tipo:

“L’ideologia del gender è più pericolosa dell’Isis” è l’avvertimento di Don Angelo Perego (parroco di Arosio, in provincia di Como). O meglio ancora, “individui fluidi per una società fluida e debole”, qui a pronunciarsi è Angelo Bagnasco in un consiglio della CEI. Tarkovskij e Bauman avrebbero qualcosa da dire al riguardo, il primo in uno dei suoi film più influenti lascia recitare allo Stalker (protagonista del film omonimo) che: Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza, ciò che si è irrigidito non vincerà”. Mentre il secondo pensatore, Bauman, ha fatto del concetto di liquidità il perno di tutto il suo pensiero sociologico, per il quale la società moderna ha necessità di una libertà e fluidità di movimento poiché solo così può essere completa e permettere ai propri attori di esprimersi appieno. Addirittura lo scorso 20 giugno, è stata organizzata a Roma una manifestazione dal nome: “Stop Gender Nelle Scuole!” ad opera del comitato “Difendiamo i nostri figli”. Una mobilitazione del genere sembra emblematica di quanto la società civile sia stata indottrinata ad aver paura di quello che il gender, erroneamente in questo caso, voglia dire. È evidentemente un periodo concitato per i difensori di una certa stabilità morale e politica. Sembrerebbe infatti che molti elementi minaccino l’ordine costituito, una re-definizione geopolitica ad opera del flusso di migranti provenienti dal medio oriente sembra evidentemente già sufficiente, se poi ci si mette anche la re-definizione di genere allora la paura dilaga.

C’è, evidentemente, un attacco unanime da gran parte del mondo cattolico/politico italiano, contro questa ideologia (feticcio) di gender che destabilizzerebbe le menti dei bambini e dei ragazzi, spingendoli a modificare, o per lo meno a mettere in discussione un andamento immutabile, perché “naturale” del proprio essere e della società stessa.

Cos’è il Genere

“La categoria per eccellenza sociale rimane però quella del gender. Il sociale non è determinato una volta per tutte e risulta quindi modificabile. Palese, il sociale può risultare oppressivo, nel senso che, se tu sei una donna devi comportarti come tale secondo gli standard della tua società, assumendo i ruoli che questa ti attribuisce, e per gli uomini vale lo stesso. Uomini e donne possono però uscire da questo stato di cose, non per trasgressione, ma piuttosto perché si rendono conto di quanto siano anti-etici alcuni standard“ (Vassallo su DoppioZero).

Per cercare di definire il campo di indagine sul quale mi muoverò è importante capire cosa si intenda per genere (gender) dato che si fa spesso molta confusione tra questo è il concetto di Sesso.

– Il sesso, è espressione dei caratteri genotipici di un individuo che permette la riproduzione per ricombinazione di corredi genetici. A ciò vengono legati i caratteri sessuali, distinti in genitali ed extragenitali.

– Il genere, indica “Il significato sociale assunto dalle differenze sessuali. Il termine designa la costellazione di caratteristiche e di comportamenti che finiscono per essere rispettivamente associati ai maschi e alle femmine e per ciò da loro attesi all’interno di una particolare società. In altre parole è un termine che designa i concetti di mascolinità e femminilità e le loro differenze, siano esse realmente presenti o supposte tali” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di Genere, il Mulino).

Va comunque introdotto in questa discussione tra sesso e genere quella relativa dell’orientamento sessuale, che benché sia spesso tirato in ballo quando si parla di genere e sesso, rimane nel pratica e nella teoria un elemento a se stante. Mi spiego meglio: le preferenze sessuali/affettive di una persona prescindono dalla propria appartenenza di genere (qualunque questa sia), e insieme alla propria identità di genere e a tutti gli altri habitus acquisiti, biologicamente o culturalmente, costituiscono il “se” dell’individuo.

Ancora, va distinto il soggetto che prende in considerazione, o meglio ri-considerazione, il proprio genere in base al proprio “io”. Si interfacciano, infatti, con queste dinamiche più categorie: transessuali, che presuppongono una disforia di genere, per cui la propria appartenenza biologica è inversa a quello che realmente si sentono, e quindi tendono a proseguire un percorso di transizione per cui giungono al genere elettivo. Esistono persone transgender, termine ombrello che include persone gender-bender o gender-queer, che nel corso della loro vita o fin dall’infanzia vivono la propria identità di genere in modo fluido, non binario, lungo un continuum che ad un estremo vede il maschile e all’altro il femminile oppure si sentono appartenenti ad un vero e proprio terzo genere. Ed ancora, esistono, persone che non necessariamente devo riconsiderare la propria appartenenza di genere ma che vengono limitate dai costrutti e stereotipi che sono sovra-costruiti al genere, per il quale esistono comportamenti e aspettative (di vita) tipiche di entrambi i generi e che non possono essere mixate, o discusse. In quest’ultimo caso si distingue tutta le teoria femminista di lotta agli stereotipi di genere, per i quali le donne risultano sempre delegittimate in molte cose proprio perché donne, ma allo stesso tempo l’uomo, in una società maschilista, deve sforzarsi di avere dei comportamenti e delle espressioni del sé contenute a sua volta in determinati paletti, pena dello sconfinamento è l’accusa di essere “effemminato”, non abbastanza uomo di fatto delegittimandolo, come se la “femminilizzazione” di alcuni aspetti del maschio sia una cosa negativa.

Ho immaginato che l’attenzione esasperata che si è diffusa, in modo più o meno conscio, nel mondo cattolico, e non solo, sulla questione del genere ricada banalmente nella paura di rompere un Tabù ancestrale e universale (insieme a quello dell’incesto), legato principalmente alla corporeità, della distinzione tra uomini e donne, tra maschi e femmine. “La paura per l’ambiguità genitale diventa la metafora per tutte le amputazioni prodotte dalla paura di essere diversi” (Lucìa Puenzo, regista di XXY).

“La nostra società si fonda su una visione rigorosamente dicotomica dell’appartenenza di sesso: esistono soltanto due sessi, quello maschile e quello femminile, essenzialmente definiti dalla presenza del pene e della vagina; ciascuno appartiene per natura a uno dei due sessi per tutta la vita. Questi assunti rappresentano un fondamento dato per scontato delle relazioni sociali della vita quotidiana, fondamento che fenomeni come quello delle persone transessuali minacciano di metter in discussione” (Garfinkel, 1967). In seno a questa differenziazione è evidente che il carico valoriale, a livello sociale, di una persona che mette in discussione il concetto di genere è da tenere sotto controllo perché rientra in quelle figure che il sociologo Howard Becker ritiene “outsider” e che rappresentano i devianti, coloro che infrangono norme comunemente accettate dalla società. Chi viene considerato “deviante” potrebbe avere un punto di vista alternativo e diverso sulla reale portata deviante del suo comportamento, perché considera necessarie delle norme diverse rispetto a chi gli attribuisce l’etichetta di deviante. Va ricordato che non esistono soggetti devianti solitari ma sempre come membri di gruppi, più o meno ampi, che ne rafforzano l’identità, deviante, del singolo rispetto a quella della comunità maggioritaria circostante. Naturalmente il riferimento al deviante non è necessariamente inteso sotto una chiave di lettura negativa, ci tengo a sottolineare infatti che non sto attribuendo nessun tipo di connotazione valoriale all’appartenenza ad un gruppo minoritario come quello della comunità transessuale o transgender, ma sto cercando di rielaborare il concetto Beckeriano per creare una metafora verosimile per gli appartenenti a queste sotto-culture, che risultano “devianti” rispetto una maggioranza. È indubbio che l’appartenenza ad un determinato gruppo crei una rappresentazione, più o meno, uniforme del gruppo stesso agli occhi della restante popolazione, il “problema” è che i membri di questo gruppo che cerca/ridefinisce/decostruisce il genere sono per loro stessa natura poco identificabili, proprio perché in un costante passaggio (come Garfinkel affermava per Agnese).

Metodologia

Partendo da questo dibattito attuale sul genere e sulle sue conseguenze sociali, e riprendendo un mio vecchio elaborato sociologico sulla costruzione del genere e sul tema della transessualità e transgenderismo, ho ritenuto interessante provare ad analizzare come il web possa interfacciarsi ed interagire con queste tematiche, se e quanto sia influente ai giorni nostri per la comune costruzione identitaria, e per quelle comunità che per propria natura mettono in discussione l’auto-affermazione come comunemente percepita e creata.

La ricerca è stata portata avanti grazie ad un lavoro di ricerca basato sull’Etnografia Digitale che prevede come campo di studio il pubblico, cioè il complesso network di piattaforme digitali (Twitter, Facebook, Blog, Forum, ecc…) attraverso cui gli utenti si trovano a transitare e che costituisce l’ecosistema naturale delle loro interazioni quotidiane sulla Rete. In questo senso, dunque, quello di self-presentation diviene un concetto chiave per l’etnografia digitale, la quale concepisce appunto l’identità sociale online, non tanto come un particolare ruolo giocato all’interno di una community circoscritta, ma piuttosto come un’istanza processuale che emerge, in maniera naturale, dalle diverse strategie di presentazione del Sé che gli utenti agiscono di fronte ad un pubblico digitale” (Etnografia Digitale).

Web e Genere (Genere 2.0)

Riprendendo spunti analitici dal testo di Garfinkel, Agnese, mi sono chiesto se chi volesse o dovesse ridiscutere il proprio genere possa utilizzare il web come luogo di raccolta di habitus ed esempi significativi.

Garfinkel affermava che la ragazza transessuale, il soggetto dello studio ed eletta per raccontare e rappresentare il suo lavoro sull’identità di genere, cercava tramite espedienti costanti di far passare se stessa come conforme ed autentica ad un ruolo, quando in realtà lei stava, nello stesso momento in cui si esponeva, raccogliendo informazioni per plasmare e ricostruire la sua femminilità e mostrarla ai “normali”.

Queste dinamiche non sono naturalmente traducibili ai meccanismi della rete, ma è indubbio che questa possa fornire materiale adeguato per chi si trova nella condizione di ri-elaborazione del genere, e naturalmente anche per chi necessità semplicemente di una conferma del proprio.

Si può ipotizzare banalmente per una persona transessuale che si interfaccia per la prima volta con la comunità trans*, cerchi informazioni su quali sono i passaggi, le istituzioni e le persone a cui deve rivolgersi nel suo percorso di transizione affidandosi al web. Associazioni come ALA Milano oppure il MIT –Movimento Identità Transessuale- ed ancora l’ONIG –Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere- possono essere luoghi online in cui avere un primo contatto con la realtà desiderata, che permette di rispondere a domande interne che hanno un forte peso emotivo. Vi è l’uso di forum per discutere della propria condizione e per la ricerca di soggetti nelle stesse condizioni, per aver un dialogo ed una conferma di se stessi come adeguati, anche nella propria inadeguatezza, ad esempio UnCorpoNuovo. Su questo punto però vi è da fare un piccola nota metodologica, infatti ho riscontrato che l’uso dei forum è in costante declino, sostituito dai social network; come in tutti gli altri ambienti anche in questo caso le discussioni si sono spostate, per esempio, su pagine Facebook; emblematiche sono:

Diario di un FtM

True Transgender Support and Assistance

Cultura di Genere

Intercultura di Genere

FtM/MtF – Istruzioni per l’uso

Oltre alle testimonianze scritte ritroviamo sparsi per il web anche elementi visivi, che servono (agli autori) per una rappresentazione e allo stesso tempo auto-decostruzione di qualcos’altro, mentre diventano fonti di apprensione, emulazione e riscontro nei fruitori. Una rappresentazione, più o meno realistica (parlando naturalmente di self-presentation), avviene fatta tramite instagram, per cui esistono dei profili privati di persone che raccontano la propria transizione con le foto; ed ancora esistono canali video appositi su youtube, in cui gli youtubers si raccontano e si mostrano (es:

Aurora Marchetti

Richard Thunder

Andrea FtM

FtM/MtF Channel Italia

Naturalmente l’acquisizione di habitus di genere non sono solo funzionali alla transizione di genere ad opera della comunità transessuale, o trans gender, ma molto popolari sono anche video su come diventare dei veri uomini alpha (qualunque cosa voglia dire) oppure video dedicati alle donne su come essere più attraenti e femminili, su come truccarsi e vestirsi (es: come diventare un maschio dominante, oppure il potere del make-up) ribadendo così il concetto per cui il genere non è solo argomento di interesse per chi è nella condizione di ri-elaborarlo, ma viene perpetuato come elemento culturale e sociale. Ogni forma di rappresentazione di habitus contribuisce alla sua affermazione, internet è solo uno dei vari modi in cui questo avviene, anche se la sua peculiarità è probabilmente la pervasività e capillarità insita nel mezzo stesso. Tutti elementi che sono connaturati nelle dinamiche di socializzazione, primaria o secondaria, che servono a costruire una struttura conforme ad un certo tipo di genere (occidentale e moderno), e che internet non crea, ma semplicemente distribuisce, facilitandone l’appropriazione e riproduzione.

Si leggono conversazioni che portato gli utenti ad un riscontro e riconoscimento, anche se preliminare e basilare, di se stessi in un determinato gruppo sociale (“è stata una intervista interessantissima..piena di spunti di riflessione. ognuno è trangener come sa e e deve saper di esserlo, con o senza ormoni, ma solo attraverso un cammino che non sappiamo davvero dove ci porterà..una persona speciale con una missione speciale…grazie..grazie a voi è iniziato il mio di cammino. grazie” utente di fb sulla pagina del MIT).

(“Solo un trans puo’ capire un trans…nessun altro puo’ immedesimarsi in qst personale condizione…” utente di fb sulla pagina Diario di un FtM).

Il ruolo che internet può avere per l’acquisizione di quegli “habitus pratici” di cui parlava anche Garfinkel, riferendosi alla capacità di imparare e negoziare se stessi per la costruzione del genere, in molti casi vengo rappresentati o condivisi, o semplicemente diffusi (“Ragazzi qualcuno di voi conosce degli escamotage per poter fare il bagno a mare coprendo il seno? Sapete se esistono fasce o cose simili che posso mettere tranquillamente in acqua?” utente di fb sulla pagina FtM/MtF – Istruzioni per l’uso)

(“parlando di MtF, per nascondere al meglio la peluria facciale, a mio personale avviso, trovo sia molto efficace stendere una mano di corettore, in polvere o liquido è indifferente, poi una passata di fondotinta (io mi trovo benissimo con quella liquida o cremosa, non con quelle in polvere) e per finire, picchiettate un po’ di cipria, per fissare il fondotinta” utente forum spaziotransfm).

Quelli fin’ora discussi sono soprattutto elementi legati al transessualismo e transgenderismo, ma la discussione del genere passa anche e soprattutto attraverso il discorso femminista, di cui la rete è spesso veicolatrice: “viviamo in una società in cui i modelli di riferimento femminili sono stati (o lo sono ancora?) essenzialmente 3 – o sei mamma o sei moglie, o sei zoccola. Per questo, le lesbiche (e femministe) che sono venute prima di noi si sono opposte in maniera drastica agli stereotipi e alle costrizioni un certo modo di essere donna (la gonna, il tacco, il vestitino perbene, il colore rosa, e via discorrendo). E hanno fatto anche bene. Ma ora è giunto il momento di cambiare le cose. Anche perché quello che era la ribellione di una volta è diventato a sua volta stereotipo: la lesbica (o la donna impegnata) deve vestirsi in un certo modo, deve comportarsi in un certo modo, deve rifiutare di attirare un certo sguardo maschile. Bene. Ma nel 2012, come dovrebbe essere questa “divisa” da lesbica? La camicia a quadroni? la rasatura laterale? i capelli corti? i jeans strappati? la camminata di chi ha appena parcheggiato il camion in doppia fila? Ops, conosco tante donne etero che sono così. Perché se vestirsi in modo “femminile” non vuol dire dissimulare la propria omosessualità, allo stesso modo vestirsi in modo “maschile” non vuol dire essere lesbiche” (Lezpop).

Ed ancora, troviamo altre testimonianze su forum di giovani ragazze che ribadiscono la loro condizione: “tipica farse da genitore cn figli maschi ù.ù i maschi sono + liberi ,nn devo fare le faccende di casa ecc. e giustifacno cn stà frase: “Bè almeno loro nn rimangono incinti se vengono stuprati”” utente forum riotgirls.

Questi stralci di conversazioni, qui sopra citati, fanno capire quanto naturalmente il dibattito online sia importante per chi si sente parte di questa comunità ideologica. Sottilmente forse potremmo trarre una differenza tra la re-definizione di genere ad opera del femminismo rispetto a quella legata al mondo Trans e Queer.

Spesso, gli attori in esame non sono necessariamente ideologizzati, ma discutono sul genere, sulla propria percezione di femminile e maschile, su cosa sia più o meno corretto secondo loro, senza necessariamente appartenere ad una comunità o un gruppo specifico, soprattutto sui social, mentre sui forum/blog troviamo un’aggregazione molto più coesa perché selettiva da parte dell’utente di farne parte o meno.

Immaginario, Estetica Gender e Marketing

L’artista visuale Heather Cassils in un’intervista per il Guardian ha affermato che Our bodies are sculptures formed by society’s expectations” ed ecco perché tutta la sua vita e la sua carriera artistica sono improntate in una re-definizione costante e visibile del genere, infatti la sua fisicità assolutamente mascolina e massiccia è un elemento di disturbo per la sua rappresentazione di donna biologica, volutamente ambigua, diventando però parte integrante delle sue performance.

Partendo dal presupposto che, metodologicamente parlando, il concetto di gender è significativo solo nell’eccezione di genere, è interessante però notare come venga spesso estrapolato per indicare una visione estetica ben precisa, che si muove sull’immaginario del cross-dressing e del movimento queer e dell’unisex, in cui l’elemento estetico ha una certa rilevanza, ed ancora più interessante è l’uso che il marketing ne ha fatto.

Secondo il Collins English Dictionary, che ogni anno stila la classifica delle parole e dei neologismi più usati negli ultimi 12 mesi nel mondo anglosassone, una delle parole più usate quest’anno compare “Transgender”. È un termometro molto interessante poiché, secondo una certa visione socio-linguistica, l’aumento d’uso di un termine in un specifica cultura ne innalza inevitabilmente l’importanza culturalee sociale. Secondo il C.E.D., per quanto riguarda il termine Transgender vi è stato un incremento del 100% rispetto al 2014, ma come mai?

È probabile che nel mondo Americano/Inglese, l’aumento sia dovuto alla crescita di popolarità di alcune star del mondo dello Show-Business, come Caitlyn Jenner e Laverne Cox, o ancora il cantante Conchita Wurst oppure la top model Andreja Pejic, che hanno sensibilizzato e informato il grande pubblico sulla questione del transessualismo. Tante sono state anche nel passato le figure che hanno manipolato la propria espressione di genere, non necessariamente perché conforme a loro ma anche solo come atto politicizzato o estetico, da David Bowie a Mario Mieli a Tilda Swinton a Vladimir Luxuria. Non sorprende perciò che il mondo del marketing sia attratto da queste figure e da questo mondo: è infatti sempre stato evidente come a partire da categorie sociali, culturali, estetiche e, perché no politiche, il marketing abbia attinto a piene mani appropriandosi di tutto ciò che è di tendenza, soprattutto se proveniente da culture alternative, sfruttandolo commercialmente.

Anche in questo caso il ricorrere ad un’estetica basata sull’ambiguità, non tanto alla ri-elaborazione, del genere ha sortito un effetto positivo per svariate campagne pubblicitarie, una su tutte è quella della Diesel, grande brand di moda, che probabilmente cavalcando l’onda delle polemiche nate sul caso della teoria del gender, ha lanciato la nuova linea di vestiti come una linea neutra ed unisex, per la quale: “unisex oggi vuol dire larghe vedute e creatività. Perché quando l’espressione di noi stessi regna sovrana, il look è secondario: è chi sei che conta veramente”.

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Coclusioni

Durante la ricerca sono sorti molti spunti che andrebbero indagati più in profondità e meglio organizzati, infatti tracciare una mappa delle abitudini di utilizzo, che una persona in fase di riconsiderazione del proprio genere, fa del web è un processo molto ampio e articolato.

Si riescono però a tracciare due macro-linee di comportamento tipiche (nate da un’analisi contenutistica e dall’osservazione di forum, social network e siti specifici) che sono:

– L’uso strumentale del web per la raccolta di informazioni di natura pratica, per la re-definizione nella vita quotidiana.

Luogo per l’acquisizione di habitus, una sorta di strumento d’analisi di se stessi e degli altri a cui attingere per la riproduzione di una self-presentation conforme a quella voluta.

Entrambe le linee d’uso non sembrano essere escludenti ma forse complementari, poiché permettono, anche se in modo diverso, di auto-rappresentarsi e interfacciarsi con l’auto-rappresentazione altrui, in una sorta di mutevole e post-moderna coscienza dell’io, tipica dei fenomeni web. In modo circolare si può affermare che il web, a sua volta, è lo strumento perfetto per chi è gender-fluid o intende decostruire forme di stereotipizzazione, in una sorta processo costante e fluido.

 

Articolo di Luca Vecchio (@alunnoribelle)

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